Leo era un elefante particolare. Non gli piaceva stare con gli altri elefanti. Non gli interessava correre, barrire, sradicare alberi con la proboscide. L'aveva sempre fatto, da quando era un cucciolo, perché tutti gli elefanti lo fanno. Non si poteva scegliere o anche solo immaginare di fare diversamente. Si barriva e basta, si correva all'impazzata e basta. Lo diceva l'istinto e quello che diceva l'istinto era sacrosanto, indiscutibile, inevitabile.
Leo preferiva la tranquilla e pacata vita delle farfalle. Le vedeva ogni tanto, mentre correva col suo branco. Le guardava di sfuggita -non poteva mica fermarsi- librare con una leggerezza che lo inquietava.
Le osservava con attenzione, quando il branco si fermava per mangiare o per bere. Fissava, incantato, il loro volo leggiadro, le ammirava posarsi sui fiori e studiava ogni dettaglio del loro comportamento.
Un giorno, mentre marciava come al solito con i suoi compagni in cerca di chissà cosa, gradualmente rallentò la sua andatura fino a ritrovarsi in coda al gruppo. Lasciò che i compagni lo distaccassero e ad un certo punto, senza che gli altri se ne accorgessero, si fermò. Lasciò che il branco si allontanasse assicurandosi che nessuno avesse notato la sua assenza e poi si mise a gironzolare nell'immensa prateria. Dopo un po' trovò alcune farfalle che svolazzavano felici fra i fiori colorati. Si mise comodo, appoggiandosi pancia in terra, e continuò ad osservarle con curiosità, finalmente rilassato, finalmente libero.
