venerdì 1 marzo 2013

L'elefante che si credeva una farfalla

 Racconto per bambini molto piccoli e per adulti molto grandi.

    Leo era un elefante particolare. Non gli piaceva stare con gli altri elefanti. Non gli interessava correre, barrire, sradicare alberi con la proboscide. L'aveva sempre fatto, da quando era un cucciolo, perché tutti gli elefanti lo fanno. Non si poteva scegliere o anche solo immaginare di fare diversamente. Si barriva e basta, si correva all'impazzata e basta. Lo diceva l'istinto e quello che diceva l'istinto era sacrosanto, indiscutibile, inevitabile. 
Leo preferiva la tranquilla e pacata vita delle farfalle. Le vedeva ogni tanto, mentre correva col suo branco. Le guardava di sfuggita -non poteva mica fermarsi- librare con una leggerezza che lo inquietava.
Le osservava con attenzione, quando il branco si fermava per mangiare o per bere. Fissava, incantato, il loro volo leggiadro, le ammirava posarsi sui fiori e studiava ogni dettaglio del loro comportamento. Un giorno, mentre marciava come al solito con i suoi compagni in cerca di chissà cosa, gradualmente rallentò la sua andatura fino a ritrovarsi in coda al gruppo. Lasciò che i compagni lo distaccassero e a ad un certo punto, senza che gli altri se ne accorgessero, si fermò. Lasciò che il branco si allontanasse assicurandosi che nessuno avesse notato la sua assenza, e poi si mise a gironzolare nell'immensa prateria. Dopo un po' trovò alcune farfalle che svolazzavano felici fra i fiori colorati. Si mise comodo, appoggiandosi pancia in terra, e continuò ad osservarle con curiosità, finalmente rilassato, finalmente libero.


Passarono lunghe ore ma Leo non si stancava di guardare i meravigliosi insetti alati. Si fece notte e l'elefante si addormentò. Al mattino successivo mangiò un po' di foglie dagli alberi vicini e riprese la sua contemplazione. Si trovava nel posto giusto: le farfalle erano numerose e qualcuna gli volteggiava intorno, incuriosita dalla sua presenza. Trascorsero giorni con questo ritmo soave. Leo rimirava quell'universo fluttuante e silenzioso con interesse sempre maggiore. In realtà dentro di lui cresceva un desiderio segreto. Non era invidia la sua, era un anelito che stava diventando una volontà. Perché, se potevano farlo loro, non poteva volare anche lui? Perché non poteva poggiarsi anche lui su un fiore,con la stessa grazia di quelle creature elegantissime?
Cosa lo proibiva? Qual era l'ostacolo? Nessuno poteva veramente proibirglielo. Il branco era lontano. L'istinto doveva essere rispettato? Oh, sì, certo che doveva essere rispettato! Assolutamente. Sempre e comunque. Ma era proprio l'istinto che gli diceva di volare!
Un po' si vergognava, perché percepiva la sua pesantezza e non capiva come avrebbe potuto fare. Però iniziò a provarci. Volare, per ora, non ancora -non sapeva da dove cominciare- ma posarsi su un fiore, questo sì, poteva essere alla sua portata. Una notte, quando nessuno poteva vederlo, soprattutto le farfalle, iniziò i suoi timidi tentativi. Si avvicinò ad un fiorellino. Lo guardò per un po', studiandone la consistenza, senza riuscire ad ammettere l'impossibilità per quel gracile fuscello di sorreggere la sua enorme massa. Portò una zampa tremolante su di esso, avendo ben cura di non schiacciarlo, poi, reggendosi a stento sulle zampe posteriori, sollevò la seconda zampa e la affiancò alla prima. Il fiorellino era, così, completamente nascosto. Il problema, adesso, consisteva nel portare le altre due zampe su di esso. Già sollevarne una era impresa ardua. Infatti quando Leo provò a reggersi su una sola zampa perse completamente l'equilibrio e cadde rovinosamente, schiacciando lo sfortunato fiore e facendosi anche un po' male. Aveva sbagliato qualcosa, sicuramente. La tecnica non era quella giusta; e comunque non poteva pretendere un successo già al primo tentativo. Doveva esercitarsi tanto e tutti i giorni e presto avrebbe imparato ad adagiarsi sui fiori e a saltellare con agilità dall'uno all'altro. L'importante era non scoraggiarsi. E infatti Leo non si scoraggiava. Continuava a studiare i movimenti delle farfalle per cercare di capire come imitarle. Aveva imparato una legge importante mentre era nel branco: una cosa si può fare se qualcun altro la fa. E' vero che questa legge valeva tra gli elefanti; lui era sempre stato solo con altri elefanti, prima d'ora. Gli altri animali li vedeva, li incontrava, a volte il suo branco litigava con gruppi di altri animali, ma perlopiù animali di altre specie venivano completamente ignorati. Il mondo era quello degli elefanti; tutto il resto non contava.

Ora che era uscito da quella realtà ristretta e si ritrovava a contatto con questi insetti così diversi da lui era spontaneo chiedersi se quella legge era ancora valida. Perché non doveva esserlo, d'altra parte? "Se qualcuno sa fare qualcosa, quella cosa la posso fare anch'io", era così logico, così evidente, così naturale.
Certo, per le farfalle era facile posarsi sui fiori. Con le loro belle ali potevano veleggiare lievemente e lasciarsi cadere sulla corolla del fiore prescelto. Non dovevano sollevarsi da terra, perché quello era il grosso problema di Leo: sollevare le quattro zampe da terra senza cadere. Si chiese se la cosa migliore, allora, non fosse imparare prima a volare. Sarebbe stato molto più semplice a quel punto scivolare dall'alto, lentamente, sui fiori, senza fare danni. Ma per volare non si sentiva ancora pronto. No; meglio continuare ad esercitarsi a salire sui fiori.
Così Leo continuò per giorni e giorni, con perseveranza, a esercitarsi; ed effettivamente fece qualche progresso. Facendo tutto con la massima calma, con estrema attenzione, riusciva a sollevare tre zampe e accostarle una all'altra sfiorando i petali del fiore, sorreggendosi solo sulla quarta zampa. Non era poco; aveva imparato a controllare la posizione del suo baricentro in modo che la proiezione cadesse all'interno della zampa piantata a terra. Ma non riusciva ad andare oltre. Ogni tentativo di sollevare quell'ultima zampa, magari con uno scatto veloce e improvviso per ingannare in qualche modo la forza di gravità, portava irrimediabilmente alla catastrofe. Ma Leo non si scoraggiava: "se qualcuno sa fare un cosa, quella cosa la posso fare anch'io".
Un giorno, durante uno dei suoi maldestri tentativi, dopo il solito puntuale capitombolo, sentì delle risatine dietro di sé. Vergognandosi a morte si accorse che alcune farfalle avevano assistito alla pietosa scenetta e ne erano rimaste parecchio divertite.
"Chi siete? Cosa volete?" Fece Leo, visibilmente infastidito. 
"Ma cosa fai? Vuoi salire sui fiori?" Chiese una delle farfalle senza smettere di ridere. 
"Non vi interessa quello che faccio. Andate via." Rispose Leo. 
"Vuoi diventare una farfalla? Vuoi diventare come noi?" continuavano a sghignazzare, allontanandosi, gli insetti irrispettosi.
Leo ci rimase davvero male, ma non si arrese. Nei giorni successivi, facendo particolare attenzione a non essere osservato continuò i suoi esperimenti.
Nonostante la sua premura nel cercare un luogo appartato, una mattina, mentre si reggeva goffamente su una sola zampa, vide con la coda dell'occhio una farfalla volare a pochi passi da lui.
"Che vuoi?" disse, rudemente, interrompendo il suo esercizio.
"Niente. Ti guardavo" rispose l'insetto.
"Non c'è niente da guardare. Va via!" gli intimò lui. 
"Sì, ora vado, ma non volevo offenderti o disturbarti." disse la farfalla. Aveva un tono sereno e una voce dolce.
"Vuoi prendermi in giro, lo so. Lasciami in pace", riprese l'elefante, mitigando un po' la durezza del piglio iniziale.
"No, non voglio prenderti in giro. Perché dovrei?", ribatté la farfalla, continuando a svolazzare allegramente, "Volevo conoscerti meglio. Da tanti giorni vivi vicino a noi. Ci guardi come nessuno ha mai fatto. Volevo sapere chi sei; come ti chiami; da dove vieni." 
"Mi chiamo Leo" disse l'elefante spiazzato dall'interesse che per la prima volta qualcuno gli riservava. 
"Ti fa ridere quello che faccio vero?", continuò, "Non me ne importa, io lo faccio lo stesso."
"Non mi fa ridere.", rispose la farfalla, "Te l'ho detto, volevo solo conoscerti meglio. A differenza degli altri elefanti tu mi sembri gentile, pacifico. Sembri un elefante speciale."
"Mah... anche gli altri elefanti sono pacifici... se non vengono disturbati." si schermì Leo. 
"Tu sei speciale.", ripeté la farfalla, "Ora ti saluto, devo andare."
"Come ti chiami?" chiese Leo.
"Lulù" fu la risposta dell'insetto che già volava via.
"Torna a trovarmi." disse l'elefante, sperando di essere udito. 

 (Nel prossimo post la seconda ed ultima parte del racconto)


2 commenti:

  1. Voglio la secondaparte, per i miei bambini a scuola! E' troppo bello questo racconto, anche come significato, se non lo fai finire con un disastro totale. E i disegni animati, sono opera tua? Sei davvero bravo!

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    1. Ciao Laila! La seconda parte del racconto la trovi qui:
      http://tamtamemiegici.blogspot.it/2013/03/lelefante-che-si-credeva-una-farfalla.html
      Non finisce con un disastro... almeno dal mio punto di vista....
      Fammi sapere il tuo parere.
      Le illustrazioni del racconto le ho fatte io.
      Per disegni animati intendi l'elefante che vola in mezzo alle farfalle?

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